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17 febbraio, 2021

 

La partecipazione civica 

La volontà di superare la crisi del sistema rappresentativo ha dato vita a nuove forme di partecipazionedei cittadini nella gestione dell’attività amministrativa, in particolare nuove politiche di inclusione sociale, nonché di gestione e valorizzazione del territorio, attraverso modelli di collaborazione sinergica tra Comune e cittadini.
La messa in discussione del sistema rappresentativo ha altresì permesso di rileggere il testo costituzionale nell’ottica dell’accrescimento dei momenti di contatto tra Stato e cittadini, mediante il coinvolgimento di questi ultimi nella funzione pubblica: la democrazia partecipativa, quale espressione del principio di sovranità popolare, si profila come metodo democratico più efficace nell’attività della pubblica amministrazione. Ciò richiede il ridefinirsi della cittadinanza amministrativa, ora volta all’integrazione quanto più possibile del cittadino in ogni livello dell’ordinamento, attraverso una partecipazione immediata e continuativa ai processi decisionali politici ed esecutivi. In tal modo, l’individuo si lega alla comunità di appartenenza, attraverso una relazione sostanziale, e si afferma una sovranità maggiormente partecipata.
Accanto al riaffermarsi del ruolo del cittadino segue l’esigenza di rimodellare la concezione della pubblica amministrazione, che, negli ultimi anni, si è concentrata sul trinomio semplificazioneliberalizzazione e digitalizzazione, con parziale, se non totale, accantonamento della componente partecipativa.
In questo contesto, l’elaborazione di un nuovo modello di amministrazione, c.d. amministrazione condivisa, fondato su una relazione paritaria e su una concezione del singolo come portatore non solo di bisogni, ma anche di risorse per la realizzazione dell’interesse generale, è necessario per superare il modello tradizionale c.d. bipolare, in cui i soggetti pubblici sono i soli ad essere legittimati ad operare nell’interesse generale, mentre i cittadini sono per definizione in una posizione passiva, di meri destinati dell’intervento dei pubblici poteri.
Tale modello trova un riconoscimento costituzionale con la riforma del Titolo V della Costituzione, ed in particolare col principio di sussidiarietà orizzontale: quest’ultimo, essendo essenzialmente relazionale, vive laddove i cittadini si attivano con autonome iniziative per la realizzazione dell’interesse generale. In tal modo, essi non solo si adoperano per il miglioramento della comunitàdi appartenenza, ma integrano anche le risorse in possesso della pubblica amministrazione. La partecipazione alla formazione della società civile, pertanto, dà effettività al principio democratico costituzionale, quale principio guida dell’ordinamento, e trova il suo riconoscimento nei diritti inviolabili dell’uomo, nel dovere di solidarietà politicaeconomica sociale e nel principio di uguaglianza sostanziale.
Il tema della partecipazione civica è inscindibilmente legato alla teoria dei beni comuni, i quali, in virtù della loro relazione qualificata e particolare con la comunità, si prestano ad essere beni non solo preordinati a soddisfare un interesse pubblico, ma anche ancorati ed amministrati da una comunità di riferimento. In questo senso, essi rappresentano la base della democrazia partecipativa.

Limiti e prospettive nella tutela dei beni comuni

Stanti le suesposte premesse, occorre tuttavia sottolineare come le istanze partecipative dei singoli, perché adeguatamente tutelate, necessitano di essere difese dinnanzi al giudice amministrativo nel caso in cui venissero frustrate dall’amministrazione. È, infatti, strettamente attuale il problema degli interessi diffusi, propri degli individui a cui fa capo il diritto di partecipazione, nonché di chiunque abbia interesse alla salvaguardia e alla tutela dei beni comuni.
Nonostante secondo la proposta di riforma della Commissione Rodotà «alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque […]», gli interessi diffusi oggi non sono ricondotti tra le situazioni soggettive tutelabili direttamente davanti al giudice.
Innanzitutto, le stesse formulazioni degli art. 7 e 9 della legge 241 del 1990 riconoscono la rappresentanza procedimentale ai soli interessi individuali e collettivi, differenziati e qualificati. E seppur l’art. 9 consenta ai cittadini portatori di un interesse diffuso di intervenire nel procedimento, tuttavia le garanzie partecipativesono riconosciute soltanto ad associazioni e comitati strutturati. Ciò anche in tema di legittimazione processuale, dove l’interesse diffuso trova tutela come interesse collettivo. Come sottolineato dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato nel febbraio 2020, l’ente esponenziale non può azionare un diritto altrui, bensì può far valere una situazione propria, data dal fatto che l’interesse diffuso, presente allo stato fluido nella comunità di riferimento, si personalizza in capo all’ente divenendo un interesse suo proprio.
Uno spiraglio per ampliare la legittimazione processuale degli interessi diffusi potrebbe essere riconosciuto invocando la portata percettiva del principio di sussidiarietàorizzontale. In questa direzione, le innovazioni si riscontrano non tanto nel Consiglio di Stato, ma nei Tribunali Regionali, i quali riconoscono che dalla costituzionalizzazione del principio in esame discende il riconoscimento della legittimazione dei singoli a sindacare in sede giurisdizionale l’esercizio della funzione amministrativa, senza che sia necessaria l’intermediazione di alcun ente portatore di interessi generali.

Virginia Viale Labsus.org


02 gennaio, 2021

Anno nuovo, questioni vecchie. Comunicazione del rischio, partecipazione, progettazione, ricovery fund

 Governanceinsieme dei princìpi, dei modi, delle procedure per la gestione e il governo di società, enti, istituzioni, o fenomeni complessi, dalle rilevanti ricadute sociali.

 

La pandemia da SARS-CoV-2 si è caratterizzata per una debolezza se non assenza di una vera e propria governance.

 

E’stato scritto e mostrato empiricamente che la governance del rischio per essere efficace richiede adeguate competenze e una diffusa consapevolezza e pertanto la partecipazione di cittadini è diventata un requisito per le politiche ambientali e sanitarie (Rosa, 2014)

Sia a livello nazionale che sovranazionale i soggetti non statali svolgono un ruolo di importanza crescente nella governance del sistema, in quanto direttamente investiti dalle decisioni. Di fronte a rischi, di accadimenti causati sia da eventi naturali sia da attività antropiche, e alle decisioni da prendere per governarli la sostanza e i principi fondamentali di governance si traducono nella «governance del rischio» (Renn 2008). Non fa eccezione il caso della pandemia, tutt’altro. Secondo l’International Risk Governance Council (IRGC, 2005) la governance del rischio comprende la totalità degli attori, le regole, le convenzioni, i processi e i meccanismi che riguardano il grado di rilevanza del rischio, come le informazioni vengono raccolte, analizzate e comunicate e come sono prese le decisioni gestionali.

Le tre componenti fondamentali della governance del rischio sono la valutazione, la gestione e la comunicazione del rischio. È abbastanza evidente come il caso della pandemia da SARS-CoV-2 si presenti di difficoltà estrema per l’effettuazione delle tre attività.

 

Per leggere l’intero articolo di Fabrizio Bianchi:

Scienzainrete.it:


https://www.scienzainrete.it/articolo/valutazione-di-fine-anno-pandemico-bocciati-governance/fabrizio-bianchi/2020-12-31

24 dicembre, 2020

Per un natale di resilienza

 Cura come progetto politico 

di Paolo Piacentini Presidente Federtrek e studioso di Aree interne 

È possibile trasformare in progetto politico il concetto di cura nell’abitare un territorio? Credo sia fondamentale.
Cura di sé stessi, degli altri, della comunità, dell’ambiente. Cura come costruzione di salute globale. Non può esistere un sistema in salute se alla base non si pone il principio fondamentale della cura. Del profondo valore culturale e politico di questo sostantivo femminile forse troppo abusato, ma pochissimo praticato, dovremmo avere maggiore consapevolezza.

Dare centralità alla cura quotidiana delle cose come presupposto che dà senso al nostro essere al mondo è la più grande rivoluzione possibile. 


14 dicembre, 2020

Coprogettazione e coprogrammazione modalità privilegiate di relazione tra sfera pubblica e privato sociale

La sentenza n. 131 del 2020: la pietra miliare nella storia del diritto 

Come abbiamo più volte ribadito negli ultimi mesi, la sentenza del 26 giugno 2020, n. 131, della Corte costituzionale rappresenta un punto di svolta nei rapporti tra la pubblica amministrazione e Terzo settore, in quanto dà pieno riconoscimento all’articolo 55 del Codice del Terzo settore e, in particolare, agli istituti della coprogettazione e della coprogrammazione come modalità privilegiate di relazione tra sfera pubblica e sfera del privato sociale.
Proprio per valorizzare la portata rivoluzionaria della pronuncia, e alla luce del successo del primo convegno nazionale sull’argomento organizzato il 26 ottobre 2020, Euricse ha voluto pubblicare le riflessioni dei relatori che rappresentano alcuni tra i massimi studiosi di Terzo settore. Oltre al presidente di Euricse, Carlo Borzaga, hanno partecipato all’iniziativa le docenti dell’Università di Trento Paola Iamiceli e Silvia Pellizzari – che è anche una delle curatrici del volume assieme a Borzaga -, Luca Gori della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, il vicedirettore di Welforum, Gianfranco Marocchi, il presidente di Assifero, Felice Scalvini, e il presidente di Labsus, Gregorio Arena.

Riflessioni a margine del primo convegno organizzato sul tema 

L’instant book, “Terzo settore e PA: la svolta della Corte costituzionale“, è aperto dalla prefazione della giudice costituzionale, nonché professoressa all’Università di Trento, Daria de Pretis, che fornisce un prezioso inquadramento della pronuncia, a partire dalla questione posta alla Consulta e relativa alla presunta illegittimità della legislazione regionale umbra sulle cooperative di comunità.
Dalla presentazione che ne fa il sito dell’Euricse, si legge che «il primo contributo ripercorre i passaggi normativi e i momenti salienti che hanno anticipato la sentenza della Corte. È firmato da Gianfranco Marocchi e riprende un saggio pubblicato anche sulla rivista ‘Impresa Sociale’. Il presidente di Euricse, Carlo Borzaga, si concentra invece sui fondamenti economici della pronuncia, mentre Paola Iamiceli evidenzia il ruolo del diritto privato nella disciplina degli enti del Terzo settore. La riflessione di Luca Gori è dedicata al ruolo di primo piano che gli enti del non profit svolgono nell’attuazione dei dettati costituzionali. L’intervento successivo di Silvia Pellizzarisi concentra sugli istituti di diritto amministrativo applicabili alla coprogrammazione e coprogettazioneFelice Scalvini si sofferma poi sul vero senso del “fare insieme” che sta a fondamento dell’articolo 55 del Codice del terzo settore. Le conclusioni dell’instant book sono state affidate a Gregorio Arena, autore della prima riflessione scientifica sui caratteri dell’amministrazione condivisa richiamata anche dalla Corte costituzionale, il quale ha fornito importanti spunti operativi per l’applicazione dell’articolo 55».

https://www.labsus.org/2020/12/terzo-settore-e-pa-limpatto-della-sentenza-della-corte-costituzionale/

01 dicembre, 2020

I comportamenti reciprocanti – Salute bene comune – SSN bene comune

Comune è il bene che non è escludibile ma è rivale nel consumo ed è tale che il vantaggio che ciascuno trae dal suo uso non è separabile da quello che altri pure traggono da esso. In altro modo, il beneficio che il singolo fruitore ricava dal bene comune avviene assieme a quello degli altri, non già contro (come accade col bene privato) e neppure a prescindere (come accade col bene pubblico). Contrasta dunque il bene comune sia il comportamento dell’opportunista (del free-rider) sia dell’altruista puro (quello di chi annulla sé stesso per recare vantaggio all’altro). Cosa favorisce, invece, il bene comune? Il comportamento reciprocante che dà senza perdere e riceve senza togliere. (…)

La più recente e accreditata ricerca in ambito socioeconomico ha persuasivamente mostrato che mentre nel caso dei beni privati l’applicazione intelligente del principio dello scambio di equivalenti è tutto quanto serve alla bisogna, e mentre per risolvere il problema dei beni pubblici si può pensare di servirsi di una qualche variante della mutua coercizione – una sorta di Leviatano burocratico -, quando si ha a che fare con i beni comuni è inevitabile il ricorso al principio di reciprocità.” (Stefano ZamagniPrudenza, Il Mulino, 2015.)

 


L'era dei beni comuni. Contro gli altri, a prescindere dagli altri, assieme agli altri  

di Marinella De Simone

 

Il bene comune è fondato sull’interdipendenza delle relazioni. Ciò che tu fai non può non avere effetti su di me, e viceversa … Poiché nell’utilizzo dei beni comuni non possiamo ritenerci separati dagli altri ed il nostro comportamento determina a cascata quello degli altri, se ci comportiamo perseguendo solo il nostro beneficio, lo stesso faranno gli altri, innescando un circolo vizioso auto-distruttivo.


https://www.complexityinstitute.it/lera-dei-beni-comuni/

18 novembre, 2020

Covid: quali narrazioni possibili ? Covid 19: la dimensione clinica, la dimensione sociale e andragogica

 Alcuni lamentano che le ultime disposizioni - le Regioni a colori -  hanno determinato una certa confusione. I comportamenti, di conseguenza, sarebbero difformi per scarsa chiarezza delle disposizioni. Argomentazione difficilmente condivisibile a mio avviso. Cosa influenza in definitiva i comportamenti? Sicuramente l'autorevolezza della fonte e lo stile di narrazione sull'andamento della pandemia. Interessante il lavoro dell'Università Bicocca di Milano. 

https://www.formazione.unimib.it/it/università-e-territorio/blog/covid-19-e-narrazioni-aperte-sugli-adulti-oggi

COVID 19 e Narrazioni - di Micaela Castiglioni  

La situazione globale, drammatica e straordinaria che stiamo vivendo a causa della pandemia per COVID19 sta mettendo in evidenza criticità, fragilità, vulnerabilità, così come lati oscuri e sommersi, contraddizioni e paradossi, a più livelli, anche differenti tra loro, e all’interno delle molteplici appartenenze della vita adulta.

Come studiosa ed esperta di educazione degli adulti e degli anziani mi hanno colpito quelle che potremmo chiamare le narrazioni caleidoscopiche sull’identità e sul ruolo
degli adulti che l’emergenza coronavirus ha messo in risalto in modo molto nitido. Ne richiamo soltanto alcune, certa che chi leggerà queste brevi riflessioni potrà
integrarle, ampliarle, e perché no, metterle in discussione.

  • C’è una narrazione che ci presenta adulti responsabili verso se stessi e gli altri, che, messi davanti alla limitazione della libertà personale, si sono adeguati con consapevolezza, riconoscendo essi stessi l’importanza e l’inevitabile necessità di una scelta simile per la salute dell’intera comunità.
    Come chiamarli? “Quelli che” hanno capito con responsabilità?
     
  • C’è, al contrario, una narrazione che dà forma ad adulti i quali davanti al monito televisivo, quotidianamente riproposto, “restate a casa”, continuano ad uscire, a fare footing, a non rispettare la distanza di sicurezza, ecc... Non sono pochi, si parla del 40% dei cittadini adulti.
    Come si possono chiamare? “Quelli che” andiamo fuori lo stesso e nonostante…”?

E qui, non posso evitare di pormi alcune domande: perché questo comportamento? Forse, perché è stato posto un vincolo? Perché la libertà individuale è stata limitata? Se non ci fossero le regole e le limitazioni ministeriali la percentuale di questi adulti rischierebbe di aumentare? Probabilmente sì; se i decisori politici stanno progressivamente intervenendo - almeno nelle aree geografiche così dette rosse - con limitazioni più rigide, con controlli ancora più severi e con multe molto più pesanti.

  • C’è, inoltre, un’altra narrazione, quella veicolata dai palinsesti TV, che sembra parlarci di adulti da intrattenere H24, in casa, svagandoli ad oltranza e non facendoli pensare (e non è giocoforza, che uno pensi, solo e sempre, al coronavirus). Adulti probabilmente non ritenuti in grado di scegliere, di organizzare e gestire la propria quotidianità, di raccogliersi, almeno ogni tanto, tra sé e sè? Senza dubbio svagare, rassicurare è utile ma non è altrettanto utile capire, riflettere in silenzio?
    Come possiamo chiamarli questi adulti costruiti dai media? “Quelli che” bisogna colmare, sviandoli?

Quali altre narrazioni si possono aggiungere? Ci vengono in mente possibili integrazioni? Narrazioni diverse? Che cosa possiamo apprendere, seppur drammaticamente, dal COVID 19, affinché non tutto ritorni come prima?

16 novembre, 2020

Le arti e il miglioramento della salute - medicina di territorio, un diverso approccio

Tante volte nel corso di questa terribile pandemia abbiamo sentito invocare il Territorio, i MMG, i PLS. Il maggiore coinvolgimento dei colleghi passa sicuramente attraverso la necessaria revisione degli accordi per attualizzarli e renderli più coerenti ad un complessivo disegno di sanità pubblica.

 La medicina di territorio però non può essere solo questo. La medicina di territorio è medicina di prossimità, per definizione è intersettoriale. Non deve avere un solo attore protagonista. La medicina di territorio deve avere i suoi luoghi (le Case della Salute), le sue procedure, i suoi standard. La medicina di territorio lavora per percorsi di cura integrati, multidisciplinari e multiprofessionali.

I professionisti sono adeguatamente formati per la medicina di territorio? 

Le tecnologiche (complessivamente intese) sono sicuramente insufficienti, ma se ne conosce con accettabile approssimazione, il reale fabbisogno?

Siamo in grado di attuare una progettazione condivisa, intersettoriale, che si realizzi attraverso l'uso di budget differenti (diverse fonti di finanziamento)?

Il modello organizzativo normato è ancora attuale? 

La medicina di territorio è One Health, o non è. 

Un punto di vista ... 

https://www.dors.it/documentazione/testo/202005/oms_arti_ita.pdf 

La crisi globale legata a Covid19 ha messo in evidenza il contributo centrale della Cultura e delle Arti alla nostra salute mentale e alla nostra capacità di coesione sociale, in una parola alla fioritura umana individuale e collettiva. Lo scenario è quello di una società che deve affrontare una sorta di disordine post-traumatico da stress, in cui gli enormi costi sociali della crisi toccano diverse dimensioni sociali e politiche.

Il CCW -Cultural* Welfare Center- nasce come risposta alla crisi pandemica, da dieci professionisti di diverse aree disciplinari che, nell’ambito di altrettante istituzioni, cooperano a geometria variabile dagli inizi del millennio nella ricerca-azione sul terreno pionieristico per l’Italia dell’alleanza strategica tra Cultura e Salute per un futuro sostenibile.

La decisione di mettere a sistema le migliori competenze in questo momento storico, chiamando a raccolta altri esperti in una knowledge community, per creare un ecosistema di dialogo, deriva dalla consapevolezza che le Arti e la Cultura sono importanti risorse per la costruzione di salute nella dimensione della cura, delle medical humanities, della promozione della salute e per lo sviluppo di equità e di qualità sociale.

Questa grande crisi mette in gioco la coesione socialela salute biopsicosciale delle comunità, in un senso profondo ed è urgente lavorare a una nuova idea di welfare in cui le Arti e la Cultura possano dare un rilevante contribuito per la ripartenza del Paese. Coinvolgendo attori e portatori di interesse pubblici e privati, lavorando in un’ottica multidisciplinare, multilivello e intersettoriale, per garantire impatto sociale e nutrire le politiche.

La pubblicazione in lingua italiana del rapporto OMS (2019), in collaborazione con DORS, il Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute, costituisce la prima azione del CCW che intende condividere con comunità di pratiche, organizzazioni e operatori socio-sanitari-assistenziali ed educativi, studiosi e policy makers, la più recente ed ampia ricerca mai effettuata sull’impatto delle Arti sul benessere e la Salute delle popolazioni sia nella dimensione della promozione e prevenzione che quella del trattamento e della cura. 

* cultural studies: scuola e corrente sociologica indirizzata alla studio dei fenomeni culturali e sociali contemporanei secondo una prospettiva critica. Studi caratterizzati da una forte vocazione alla multidisciplinarietà

Tenere in considerazione la natura intersettoriale degli ambiti dell’arte e della salute:

  • rafforzando strutture e meccanismi per la collaborazione tra i settori della cultura, del sociale e della sanità, per esempio introducendo il co-finanziamento di programmi da parte di budget differenti,

  • considerando l’introduzione o il potenziamento di modalità di prescrizione ai pazienti di attività artistiche dai settori della sanità e dell’assistenza sociale, per esempio attraverso l’uso di prescrizioni per attività sociali,

  • favorendo l’inclusione delle arti e degli approcci formativi umanistici nell’ambito della formazione degli operatori sanitari e della cura per migliorare le loro abilità cliniche, personali e comunicative.



10 novembre, 2020

il professor Appadurai parla di COVID-19. L’intervista di Raffaele Liguori.

 … 

 

Vedo delle evidenze, delle prove, per le quali quasi tutti gli stati-nazione continuano a praticare i loro negoziati sul commercio globale, sul commercio degli armamenti che è molto attivo (in particolare in Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, India, China), un vero grande business.

Allo stesso tempo ci sono alcuni aggiustamenti nel modo in cui lo stato-nazione ha a che fare con la globalizzazione. Perfino gli stati-nazione che sono sotto una grande pressione per chiudere i propri confini, mettere priorità sulla salute dei propri cittadini, tutti questi stati dipendono da collaborazioni e assistenza tecnica, scientifica, medica attraverso i confini.
Perfino al centro della campagna per sconfiggere il Covid ci sono processi di cooperazione e collaborazione internazionale e globale.
Quindi non penso che la globalizzazione sarà trasformata o rallentata o bloccata dal Covid-19.

Il costo maggiore è che il nostro principale modo di connetterci tra di noi è stato sospeso. Per coloro che tra di noi hanno tecnologie digitali, allora possono sopperire a questa mancanza. Ma per il 60-70% della popolazione mondiale la tecnologia digitale non è disponibile, e quindi vengono ributtati indietro nelle loro famiglie, nelle loro case, nei loro quartieri. Si tratta di costi sociali molto alti.
Questo è ciò che accade da una parte. Ma dall’altra parte, se si guarda alla Germania, ma
anche all’Italia, alla Lombardia, alla Corea, o a molti altri posti, si vede che lo stato non può fare tutto senza che le persone comuni si diano da fare, partecipino allo sforzo, ad esempio indossando le mascherine, mantenendo le distanze sociali, lavandosi le mani, evitando contatti non necessari con estranei.
Senza tutto ciò l’intero sforzo di combattere il Covid sarebbe fallito in modo disastroso, peggio di quanto successo finora.

...

Di fronte a noi c’è un problema di alfabetizzazione.
Quindi, da un lato sono d’accordo che la scienza contemporanea sia stata la risorsa principale per combattere direttamente il virus come un oggetto fisico.
Questo però non significa che noi comprendiamo tutto ciò che ci viene detto, perchè non siamo istruiti abbastanza per comprendere numeri di tale complessità. Quasi nessuno lo è. Siamo ancora meno attrezzati a comprendere quando ci sono dibattiti fra due scienziati. Come potrò mai esprimere un giudizio quando entrambi quegli scienziati hanno grafici e dati di una tale enorme complessità?
Questo è un grosso problema, l’alfabetizzazione, digitale e scientifica. L’alfabetizzazione su probabilità, proiezioni, numeri. La maggior parte delle persone non ce l’ha.
Dall’altro lato c’è quanto lei indicava, cioè che c’è stata una sorte di “vuoto” dalla parte di ciò che lei ha chiamato “linguaggio sociale” e che io chiamerei in altro modo.
In un mio vecchio libro (“Il futuro come fatto culturale”) ho proposto un contrasto tra “etica della probabilità” e “etica della possibilità”.

Probabilità è la parola nella quale viviamo: numeri, rischi, incertezza, probabilità, proiezioni…si possono usare migliaia di parole, ma sono tutte dalla parte dell’etica della probabilità.
Dall’altra parte abbiamo bisogno di qualcosa di forte, dalla parte dell’etica della possibilità, che è l’etica della speranza, dell’aspirazione, desiderio, immaginazione, ispirazione.
Sono d’accordo con lei completamente nel dire che abbiamo un fallimento relativo da questa parte, cioè dalla parte del linguaggio sociale o del linguaggio delle possibilità che è stato schiacciato dal discorso della probabilità, penso al linguaggio delle scienze mediche e delle scienze correlate.
Noi abbiamo bisogno di queste scienze, ma abbiamo bisogno di un dialogo tra questa lingua e ciò che lei chiama linguaggio sociale. Altrimenti l’intero sforzo diventa unilaterale e noi diventiamo una sorta di consumatori passivi di dati numerici che non comprendiamo; dobbiamo dare la nostra vita a qualcuno che ci dica cosa fare: indossare o meno una mascherina; stare distanti 6 metri e non cinque. Dobbiamo assecondare queste situazioni e ciò non è molto positivo per vite democratiche in salute.
Quindi, sono d’accordo con lei: c’è un fallimento dal lato del linguaggio sociale.

https://www.radiopopolare.it/lantropologo-arjun-appadurai-il-covid-19-e-i-fallimenti-del-linguaggio-sociale/?fbclid=IwAR3ELOMF7-jseQSKmy3L0D58LffVbTCU_cS7K_Tqs-Jhvzdj-Ux9p5blXC0

02 novembre, 2020

30 ottobre, 2020

dpcm 24 ottobre - ben tornato Watzlawich

Poche considerazioni su l'ultimo, per ora, dpcm. 

Dopo che tutti, durante la primavera, ci siamo sperticati a dire nulla sarà più come prima, ritrovarsi, almeno apparentemente, come a marzo 2020 crea delusione e sconforto. Anche chi è lontanissimo da atteggiamenti no vax o da posizioni radicalmente critiche (dittatura sanitaria) è disorientato, confuso.

L'Italia ha adottato soluzioni restrittive non dissimili da quelle degli altri paesi europei, nessuno ha certezze assolute sull'efficacia dei rimedi, i sistemi informativi e di tracciamento, al momento, non consentono di fare di più o di fare più efficacemente.

Eppure percepisco uno stato di ansia misto a rabbia, questo è sicuramente comprensibile guardando impennarsi la curva dei contagi, ma credo che ci sia anche dell'altro.

Molti, io tra questi, hanno creduto, hanno voluto credere, che nulla sarebbe stato più come prima. Ci siamo detti, una pandemia di queste dimensioni, la prima caratterizzata dalla profusione di notizie in diretta sui molti canali mediatici, non può non determinare un cambiamento. Un cambiamento nei governanti, nei politici, nei professionisti, nella comunità di cittadini, malati, parenti, associazioni. 

Forse eravamo animati da una aspettativa un po' magica, un po' infantile. Salvifica. Forse. E' nel modo d'essere degli umani atteggiamenti.

Non voglio entrare nel merito dei singoli provvedimenti, anche se come medico di sanità pubblica da più di 40 anni, avrei titolo a parlarne più di quanti oggi si improvvisano esperti in dibattiti televisivi e sui giornali. Comprendo bene che alcune criticità sono oggettive e non risolvibili in 6 mesi. Non credo che sia facile colmare i buchi di personale (medici rianimatori, medici di urgenza, infermieri) determinatisi negli ultimi 10 anni e oltre. Questa difficoltà deriva sia dalle lungaggini procedurali, che sopratutto dall'oggettiva carenza di risorse professionali disponibili. Forse dobbiamo assumere medici dall'estero come ha già fatto UK. Altre difficoltà, che ugualmente influenzano quel sentimento di ansia mista a rabbia, possono però essere affrontate. Voglio citare alcune questioni.

  1. Comunicazione ed esercizio della leadership. Io sono convinto che nella assoluta maggioranza i comportamenti adottati dai cittadini, fino ad oggi, siano corretti e orientati alla riduzione del rischio, compatibilmente allo svolgimento delle attività quotidiane (es.mezzi di trasporto affilati). Bene se così è, non è giustificato uno stile comunicativo orientato alla sanzione e alla condanna. E' necessario puntare sul coinvolgimento e sulla partecipe  responsabilizzazione di soggetti adulti e consapevoli. 
  2. E' assolutamente necessario un fermo intervento del governo centrale che non consenta procedure diversificate da regione a regione nella gestione dei positivi, dei contatti, dei quarantenati. Una procedura nazionale. Questo non significa ridurre l'autonomia delle Regioni. Significa garantire uguali possibilità di cure a tutti i cittadini. In tempo di nazionalismi imperanti dovrebbe essere facile.
  3. I cittadini, positivi, sospetti, quarantenati devono tutti ugualmente essere presi in carico. Questo significa che almeno devono essere informati sul percorso di osservazione e trattamento a cui saranno univocamente avviati e monitorati. Conosco il tema della carenza di risorse professionali che ha reso quasi impossibile il tracciamento, ma il cittadino deve sapere quale sarà il suo percorso e chi è il suo (unico) interlocutore (vedi estenuante trattativa con MMG e PLS. Perché non affidare ai MMG un punto tamponi almeno in ogni Distretto, magari nelle case della salute, dove sono state attivate?

E' possibile che dobbiamo ancora sentire che la rilevazione dei dati a livello nazionale non risponde ai rigidi criteri univoci? Non sarebbe stato utile attivare un Sistema Informativo unico UE? Questo faciliterebbe i confronti e l'individuazione delle buone pratiche replicabili. 

Siamo ancora così sicuri che tutti quelli che protestano sono "pazzi o cattivi" (vedi Pragmatica della comunicazione umana)?

vedi link: Merkel lockdown 


21 ottobre, 2020

Le buone letture fanno bene alla salute

 "Intersettorialità 4.0 - Le profonde trasformazioni in questo secolo sono sintomi di tre problemi strutturali profondi: 

• l’incapacità di generare benessere per tutti (frattura economica); 

• l’incapacità di generare reale partecipazione per tutti (frattura politica); 

• l’incapacità di creare opportunità di apprendimento generativo per tutti (frattura culturale). 

Una riorganizzazione completa ci porterà a ripensare e riprogettare i seguenti sistemi che, pur essendo correlati, vengono di solito considerati separatamente: la salute, l’istruzione, il cibo e la finanza. 

Inoltre, per coordinare il tutto sarà necessario un quinto sistema, quello che riorganizzerà il management e la governance." 

 

(da "Teoria U, i fondamentali. Principi e applicazioni" di C. Otto Scharmer)

13 ottobre, 2020

Memento vivere


Da tenere a mente per ridisegnare l'assistenza territoriale 


 



  • Il comportamento schizofrenico verso tutto ciò che è pubblico, riscoperto e rilegittimato come essenziale per le nostre vite, ma subito confinato da molti in un ruolo di passivo esecutore e finanziatore di interventi o di mega-piani-di-spesa decisi da pochi, senza un confronto aperto e trasparente con cittadinanza e lavoro.
  • Il pensare al civismo attivo e al privato sociale in un ruolo ancillare, di sostituzione e compensazione (a bassi salari) del welfare pubblico, non come co-attore di cambiamento verso una società più giusta.

 


https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/un-futuro-piu-giusto-e-possibile-promemoria-per-il-dopo-covid-19-in-italia

30 aprile, 2020

Epidemia Covid-19, fase 2, classe dirigente. Trattateci da adulti

 A proposito di analfabetismo della nostra classe dirigente, del Maestro Manzi e del suo corso di istruzione popolare per l’adulto analfabeta (vedi Enrico Fontana FB 30 aprile ’20: Non è mai troppo tardi), voglio dire tre cose basiche. A rischio di apparire superficiale credo sia necessario ribadire poche affermazioni di buon senso.
1.     SARS-CoV-2 è ormai diventato un nostro congiunto. Nei mesi futuri continuerà a fare visita a qualcuno di noi. Dobbiamo organizzargli un’adeguata accoglienza.
2.     L’accoglienza deve essere organizzata sul territorio. Abbiamo implementato i posti letto di differente livello assistenziale, va ora realmente potenziata la capacità dei servizi sanitari territoriali di intercettare i nuovi casi prima del manifestarsi della conclamata sintomatologia. Per gestire questo livello assistenziale le competenze ci sono. I SISP (servizi di sanità pubblica) di tutte le ASL hanno dato le indicazioni operative, i medici di distretto (livello organizzativo quasi dimenticato fino ad ora) devono avere le risorse umane per applicare le indicazioni operative (percorsi covid). Le assunzioni per adeguare le risorse, alle vecchie e alle nuove esigenze, sono in corso.
3.     Il Servizio civile, e i commissari del caso, devono rendere disponibili i tamponi. I test sierologici devono essere praticati secondo le indicazioni dell’ISS.
Tutto questo basta? Certamente no. Manca l’adesione popolare, manca la partecipazione. La fase 2, 2a e 2b si reggono sui comportamenti. Il c.d. distanziamento sociale rappresenta una forte assunzione di responsabilità dei singoli cittadini, quindi un avvicinamento emotivo dell’altro da proteggere e difendere con gli idonei strumenti (mascherine) e comportamenti. La fase 2 necessità di fiducia e solidarietà. I droni, i controlli di polizia e l’esercito (chiamo l’esercito) non consentiranno mai di raggiungere l’obiettivo. La differenza fra uno stato autocratico e uno stato di matura democrazia si regge su questo. 
I cittadini devono fare la loro parte, le associazioni di cittadini devono non cadere nelle trappole mediatiche che ci portano a discutere giorni e giorni sul più corretto significato della singola parola
contenuta nell’ultimo dpcm. 
Le associazioni di cittadini devono lavorare alla responsabilizzazione della comunità sui temi della salute pubblica.

3 citazioni a mia scelta sul tema:

1.     parafrasando un mio maestro: non voglio finire la mia esperienza trafitto da un decreto (si può morire di dpcm (JJ Guibert)
2.     le epidemie si battono con la fiducia dei cittadini verso le classi dirigenti (S. Zizek)
3.     in una società libera e di fronte a problemi dove il bene dei singoli e il bene di tutti si implicano strettamente, la legge incontra limiti di efficacia se non può contare sulla partecipazione e responsabilità di ciascuno e di tutti. (G. Zagrebelsky)

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